Sindone: oscurantismo Scendi giù

scientifico

Un dilemma senza una risposta universalmente accettabile può otternene una soltanto attraverso un subdolo culto disposto a darla: la scienza.

Chiaramente non condanniamo tutti gli studiosi di questa vasta disciplina, ma solo coloro che trovano l’assoluto bisogno di spiegarsi ogni cosa senza ammettere mai il fatto che a volte il famigerato metodo scientifico non regge.

Già sento le voci dei contestatori: anche il cristianesimo cerca di dare una risposta a tutto… anch’esso è un culto!

Tuttavia il cristianesimo, come la maggior parte delle visioni teistiche, ammette la presenza di un mistero tradotto poi in fede, che può essere dunque interpretato e messo in dubbio da chiunque.

Non neghiamo la cospicua esistenza di estremisti nella Chiesa, ma le loro marce idee non sono mai ammesse e sono sempre aspramente contrastate; d’altro canto gli angoli bui e ipocriti della macro-materia scientifica, dopo aver “trovato” nel modo più artificiale e forzato una conclusione non sovrannaturale, la interpretano come irrevocabile verità chiamando oscurantista chi non la accetta e anche chi dubita. Cultuale, oserei dire.

E spesso l’opinione pubblica non solo convive e accetta dichiarazioni chiaramente invere, ma le condivide pure!

Forse il motivo per cui si impiega così tanta voga per dimostrare la mancata veridicità di alcuni di questi misteri sta nel fatto che la religione, in questo caso il cristianesimo, non basa le sue fondamenta su di essi, mentre la visione ateistica degli scienziati cultisti e quella radicale di alcuni cristiani crollerebbe se uno di questi misteri fosse davvero riconosciuto come sovrannaturale.

Potrete osservare ciò di cui vi parlo studiando l’andamento dell’esperimento del C14 sulla Sindone, che tratteremo in un altro articolo.

Oggi parleremo dei dettagli tecnici della Sindone, riportando prove a favore della sua autenticità. Senza ulteriori indugi, tuffiamoci nel mistero della Sindone!

Cos’è la Sindone?

È arrivato il momento di presentare il fulcro dell’articolo. Precisiamo che i “nemici della Sindone” basano la loro tesi sul fatto che il famoso panno sia un falso medievale, e per questo nel corso dell’articolo cercheremo di dimostrare la sua antichità e autenticità coi fatti.

La Sindone è un velo funerario, utilizzato per avvolgere il corpo di un condannato a crocifissione del I secolo. Almeno, questo è quello che si deduce osservando e studiando la figura impressa sulle fibre di essa.

Per la sua fabbricazione gli artigiani utilizzarono probabilmente un telaio in legno a quattro pedali, e un metodo di intreccio detto “3-1” con torsione a “Z”, contrapposta alla più comune e semplice torsione a “S”. Questi non sono semplici dettagli tecnici, bensì segno che il panno fosse destinato ad una funzione solenne vista la maestria necessaria per tesserlo in tale modo.

Alcuni hanno sostenuto che proprio le ricche qualità del panno dimostrino che si tratti di una farsa. Ed è comprensibile siccome l’impronta dell’uomo lasciata in essa narra come quest’ultimo abbia subito una morte vergognosa, non degna del tanto più nobile velo in cui fu avvolto.

Tuttavia questa è una delle unicità del mistero sindonico: normalmente il corpo esanime di chi veniva ucciso per crocifissione veniva buttato in fosse, ammucchiato con altri cadaveri tramite un servizio statale, ma ricordiamo che era pur sempre ammessa una sepoltura offerta da un privato cittadino, che nel caso di Cristo fu Giuseppe di Arimatea. Chiaramente il generoso e ricco sinedrista aveva un’opinione molto diversa del deceduto rispetto a coloro che lo condannarono, e per giunta non badò a spese.

Sul lino (è questo il materiale del panno) si trovano tracce di cotone, specie Gossypium herbaceum (unica coltivata in Medio Oriente prima di Colombo), ma mai di lana. Secondo una legge del Deuteronomio, seguita dagli ebrei, era vietato mescolare lino e lana, dunque l’abile artigiano apparteneva molto probabilmente alla religione ebraica.

È chiaro che usando un solo telaio le tracce delle due fibre finirebbero inesorabilmente per mischiarsi, e perciò si adoperò su due telai diversi in base al materiale da tessere proprio per rispettare quella legge, non c’è altra motivazione: la lana era comunque ampiamente richiesta e non avrebbe senso comprare un secondo macchinario se non per un obbligo religioso. In questo modo possiamo iniziare a localizzare il luogo di nascita della famigerata reliquia alla Giudea.

Osserviamo le altre dimostrazioni. Le dimensioni della Sindone sono 4,36×1,11 metri, misure che secondo il cubito siriano, usato anticamente in Medio Oriente, si approssimano a 4×1.

Nel 1973 il criminologo protestante Max Frei prelevò per la prima volta tracce di polline dalla reliquia. Lui individuò 58 specie diverse dall’esperimento, e oggi siamo arrivati a 77. Analizzeremo più nello specifico quest’ultime quando ripercorreremo la storia del velo in un altro articolo. Tuttavia bisogna ricordare che molte di queste sono originarie della Palestina, e alcune si possono trovare esclusivamente nei dintorni di Gerusalemme.

Molti ripresero le ricerche di Max Frei, come Avinoam Danin, che riuscì a circoscrivere la zona d’origine del reperto ad un raggio di 20km attorno a Gerusalemme.

L’impiego di un velo funebre poneva una discrepanza con la tradizione ebraica o romana in generale? Ebbene, no. Gli evangelisti, che hanno tutti nominato la Sindone nella loro cronaca, hanno sempre messo in chiaro quando un insegnamento di Gesù rompesse con la vecchia tradizione, fatto che non hanno riportato in questo caso. Inoltre è stato rinvenuto presso Akel Damà un velo funerario parzialmente conservato risalente a 2000 anni fa, soltanto più rozzo di quello di Torino.

Analizzeremo ulteriori indizi sulla provenienza e sull’antichità del reperto nelle prossime sezioni. Che questo capitoletto sia letto come un’introduzione alla sindonologia.

L’uomo della Sindone fino alla morte

Ciò che rende misterioso quello che potrebbe essere un normale velo funebre è la sagoma di un uomo impressa sul lino. A breve torneremo sull’argomento con più attenzione, ma, spoiler, questa “macchia” non è stata mai riprodotta né è stata trovata una valida spiegazione per la sua esistenza.

Sul corpo dell’uomo impresso, di cui abbiamo una sorta di fotografia frontale e dorsale, ci sono numerose ferite dalla forma tondeggiante, come se fossero causate dal colpo di una pallina. Ebbene, quella ferita è a tutti gli effetti riconducibile al flagrum, che era una frusta con, usualmente, tre lacci di cuoio e una sfera d’osso attaccata ad ognuno di essi che doveva lacerare la pelle del condannato.

Le frustate sono, ripetiamo, tondeggianti e non lunghe e fini come raffigurate nell’iconografia classica e medievale.

Dalle ferite presenti sulle parti del corpo visibili (perchè non tutte sono state impresse, come i fianchi coperti dalle braccia) contiamo 120 colpi di flagrum provenienti da 2 direzioni opposte. Alcuni sindonologi hanno riconosciuto che quest’esecuzione ha richiesto 3 gruppi di persone che si alternavano a rotazione, ognuno composto da 2 individui di diversa altezza.

Anche i glutei sono stati flagellati, a prova del fatto che il poveretto fu spogliato per ulteriore umiliazione.

Dal punto di vista legale il caso della Sindone è unico. La legge giudaica secondo il Deuteronomio prevedeva un massimo di 40 sferzate, e sappiamo che ci si limitava sempre a 39 frustate, per non rischiare di andare oltre.

Tuttavia il limite di sferzate non era previsto se non si aveva la cittadinanza romana, e Gesù non la possedeva.

Comunque, quando la flagellazione era accessoria ad una condanna a morte, essa aveva dei limiti che impedivano al condannato di morire prima della tortura vera e propria anche se questi non era romano. Ma, siccome 120 sferzate ci sembrano oltre qualsiasi possibile restrizione, qualcosa non quadra.

Fra l’altro quando la flagellazione era accessoria era vietato colpire il torace, che non ha avuto sconti nell’esecuzione sull’uomo sindonico.

Allora, com’è possibile? Noi proponiamo questa risposta: i vangeli testimoniano come Pilato avesse decretato inizialmente solo la flagellazione al Nazareno, pianificando di metterlo in libertà dopo aver impietosito la gente con tali brutalità. Non andò come previsto e Pilato cedette sotto la pressione della folla e dei sommi sacerdoti e solo all’ultimo decise di far crocifiggere Gesù, che a quel punto era già stato sottoposto al giudizio del flagrum.

Gli studi condotti sulla parte del lino dove appare impressa l’immagine dei piedi ci forniscono un dettaglio: l’uomo fu costretto a camminare scalzo. Lo sappiamo perché i risultati riportano una maggiore presenza di polvere e di carbonato di calcio. Quest’ultimo è composto da aragonite unita a stronzio e ferro, una combinazione ritrovata anche in un’altra tomba a Gerusalemme.

Analizzando il capo del defunto scoviamo numerosi coaguli di sostanza ematica ed è intuibile che furono prodotti da un insieme di oggetti acuminati. Questo ci porta ad un’altra “coincidenza” col racconto evangelico: queste ferite sono riconducibili ad una corona di spine (o meglio casco, siccome copriva tutto il cuoio capelluto; le corone orientali avevano sembianze diverse da quelle a cui siamo abituati oggi).

È resa chiara una distinzione fra le colate di sangue arterioso e venoso sul velo. Troviamo un rivolo a forma di “3” rovesciato sulla fronte dell’uomo; esso ha assunto questa particolare forma a causa delle caratteristiche del sangue venoso, che sgorga lentamente e con continuità e quindi ha seguito le rughe della fronte e i movimenti del condannato quando si piegava. Poco più a destra c’è un fiotto di sangue arterioso, che ha tutt’altre qualità rispetto a quello venoso.

Ora, dobbiamo tenere a mente che la distinzione fra sangue venoso e arterioso fu scoperta solo nel XVII secolo.

Sul panno sono state trovate tracce di polline della specie Gundelia tournefortii, pianta della zona palestinese dotata di aghi di tre pollici.

Aggiungiamo un’altra nota dal punto di vista legale: la corona di spine non era una pena stabilita dal codice giuridico romano, ma era molto probabilmente un modo ideato sul momento dai soldati per sbeffeggiare Gesù in quanto “Re dei Giudei”, figurando quindi in un caso speciale.

Rimanendo sulla zona del volto, sappiamo che il reo ha subito altri eventi traumatici. La guancia destra e il naso sembrano essere stati colpiti da una sorta di bastone, forse proprio la “canna” di cui parla Marco nel suo Vangelo. Entrambi i sopraccigli presentano lacerazioni e contusioni. Lo zigomo destro appare tumefatto. Si vede del sangue sulle labbra e sulla barba, che sembra essere stata strappata in alcuni punti. Infine c’è un dettaglio che deve attirare l’attenzione del lettore: sulla punta del naso e sullo zigomo sinistro – dove sono presenti, come per i piedi, quantità più elevate di polvere – ci sono segni di cadute in cui non è stato possibile prevenire l’impatto della faccia sul terreno, parandosi per esempio con le mani.

È intuibile che il doloroso motivo sia il patibulum – l’asse orizzontale della croce – il quale fu legato agli arti superiori del reo, che, quindi, non li poté usare per pararsi.

Si nota che nell’impressione dorsale della Sindone sono presenti estese lesioni dalla regione soprascapolare sinistra a quella scapolare destra superiori a quelle della flagellazione che sono qui meno nette e più larghe.

Dunque giungiamo alle ferite più clamorose: quelle causate dall’affissione con i chiodi.

La colata di sangue dalle mani sembra essere flessa in alcuni punti. Questo aspetto è dato dal movimento rotatorio attuato dall’uomo sulla croce per respirare.

Dalle macchie ematiche possiamo ipotizzare il punto d’entrata e d’uscita del chiodo, che sembra poter essere rispettivamente il palmo superiore e il polso.

Questa teoria non è unanimemente accettata, in ogni caso non può essere usata come antitesi al fatto che l’uomo del velo di Torino sia Gesù Cristo. Si potrebbe argomentare sul fatto che i Vangeli parlino di un’inchiodatura esclusivamente nella mano, ma il termine utilizzato è chéir, per il greco, o yad, per l’ebraico, ed entrambi intendono anche il polso e l’avambraccio.

Il pollice è nascosto, flesso entro il palmo. Ciò potrebbe essere a causa dell’affissione del nervo mediano, nel caso in cui il chiodo dovesse passare per il polso, oppure potrebbe essere la normale posizione del dito fissato in essa col rigor mortis.

Per quanto riguarda l’inchiodatura dei piedi, ci è nota, stavolta, con molta più chiarezza la traiettoria assunta dal grosso chiodo.

Si pensa che, vista la convergenza fra le punte dei piedi, essi siano stati inchiodati assieme.

Aggiungiamo che la gamba sinistra appare leggermente piegata. Osservando superficialmente quest’ultimo dettaglio la gamba sinistra sembra più corta dell’altra, e così si spiegherebbe il motivo per cui l’iconografia bizantina raffigurò spesso Cristo zoppo.

Altri dettagli delle raffigurazioni sacre classiche sono spiegabili solo attraverso la Sindone, come il ciuffo sul capo di Gesù molto simile al “3” rovesciato di cui abbiamo parlato prima.

C’è molta speculazione sul motivo di morte dell’uomo, si pensa che possa essere stata causata da asfissia, da un collasso circolatorio, o da tante altre ipotesi. Fra queste ne troviamo una particolarmente resistente alle contestazioni: l’emocardio post-infartuale.

Prima di proseguire con i dettagli medici della suddetta condizione, vogliamo sgonfiare velocemente la teoria della “morte apparente”. Questa sostiene che l’uomo della Sindone, riconosciuto come Cristo, non sia davvero morto in croce, piuttosto cadde in coma e si risvegliò giorni dopo. Basta osservare la posizione innaturale di braccia, gambe, mani, testa e schiena per riconoscere l’intervento del rigor mortis, ma aggiungiamo che c’è una ferita al costato, di cui parleremo a breve, che ha le caratteristiche di una penetrazione post-mortem siccome non figura col classico rigonfiamento o con la retrazione vitale.

Torniamo all’emocardio. In questo caso una lacerazione del muscolo cardiaco avrebbe creato un tampone di sangue attorno al cuore avente molta pressione, scaturendo un infarto.

C’è sul fianco dell’uomo sindonico una ferita di forma allungata – la stessa di cui parlavamo poco fa – con adiacente macchia ematica e una chiazza di siero più estesa. Infatti il colpo ricevuto sul fianco – che potrebbe essere stato la penetrazione del costato di Longino, incaricato da Pilato di accertarsi che il Nazareno fosse deceduto – bucò questa camera di sangue, dove quest’ultimo si separò dal siero, meno denso e simile all’acqua.

Dunque il liquido fuoriuscì con un fiotto: prima il sangue, e dopo il siero. Secondo gli evangelisti dal corpo di Cristo colò sangue e acqua, circostanza non troppo distante da quella studiata sulla Sindone.

Abbiamo assistito agli abusi esercitati sull’uomo del velo prima della sua tumulazione. Ora approcciamo le attività post-mortem del corpo esanime nel sepolcro.

L’uomo della Sindone dopo la morte

La prima osservazione che faremo è che il corpo non fu lavato. L’omessa lavanda del corpo era usuale e anzi prevista dalla legge in casi di morte violenta siccome il sangue del deceduto veniva considerato parte del cadavere a tutti gli effetti.

Sono state identificate tracce di aloe e mirra, costose misture usate per contrastare l’odore della decomposizione.

Non c’è una vera giustificazione per il copioso uso di queste sostanze – siccome, prima o poi, il fetore del decadimento del corpo le avrebbe comunque sopraffatte – se non perché i trattamenti necessari dovevano essere completati in un secondo momento.

Infatti, coincidentemente a quanto narrato nella cronaca evangelica, potrebbe essere stata condotta una frettolosa tumulazione da completare successivamente visto il divieto di lavorare il giorno del Sabbath (il sabato). Sappiamo che Gesù – forse anche l’uomo della Sindone, se non lo si vuole riconoscere nel Cristo – è spirato la sera di venerdì, dunque poche ore non sarebbero bastate per trattare propriamente il deceduto.

Da venerdì sera fino a domenica mattina passano 36-40 ore. Vuol dire che la Sindone sarebbe stata a contatto col cadavere per quasi 2 giorni.

Tuttavia sul lino non c’è alcun alone di decomposizione, quando, soprattutto in caso di morte traumatica, dovrebbero iniziare a presentarsi entro il primo giorno dalla morte.

Né sono presenti sfregamenti del sangue, che avrebbe lasciato una sfumatura se il velo fosse stato sfilato via. E anche se il sangue si fosse già coagulato, avremmo dovuto vedere una sorta di strappo sulla sostanza ematica – come lo troveremmo quando ci togliamo una benda da una semplice ferita – che non è presente sul panno.

Non sappiamo come il corpo si potrebbe essere separato dal velo in modo naturale senza lasciarne il segno.

Abbiamo sorvolato le vicende dell’uomo impresso, ora mettiamoci i panni dello scienziato.

La Sindone al microscopio

Ribadiamo che la tesi più fondata a sfavore della validità dell’amata reliquia sostiene che sia stata creata da un geniale falsario medievale. Provvederemo al lettore le necessarie informazioni per costituire una propria idea.

Dunque, le chiazze di sostanza ematica presenti sul lino sono effettivamente e scientificamente tracce di sangue.

Il primo esperimento in materia avvenne nel 1973, quando una commissione italiana fallì a dimostrare ciò visto il colore fin troppo vivo delle macchie.

Da qui fu pubblicata la teoria di Walter McCrone secondo cui l’impressione sulla Sindone sia stata creata attraverso sfregamento di pitture a base di ocra e cinabro. Non perdiamo tempo ad affrontare questa tesi, i fatti parleranno da soli. Ci teniamo a scrivere solo che sulla Sindone non sono state individuate tracce di coloranti o di polvere secca.

In ogni caso con le nuove tecnologie abbiamo riprodotto l’esperimento fallimentare del ’73 e riconosciuto non solo che si tratta effettivamente di sangue umano, ma anche che apparteneva ad un individuo del gruppo AB, di sesso maschile, che il colore “fin troppo vivo” era dato dalla presenza di bilirubina – sostanza presente solo in caso di forte trauma – e altri dettagli grazie all’estrapolazione del DNA.

Ci sono altre puntualizzazioni che mettono alla luce l’improbabilità che la Sindone sia un manufatto oltre a quelle già affrontate.

Menzioniamo l’assenza di direzionalità del tracciato che compone la figura sindonica: se fosse stato dipinto con un pennello l’avremmo potuto riconoscere senza alcun problema.

In seguito vediamo chiaramente come l’impressione sul lino sia poco visibile a meno di 2 metri di distanza. Se questa reliquia fosse stata forgiata allora è illogico pensare che il falsario si sia messo a tanta distanza da essa, considerando tutti i dettagli anatomici presenti.

Quest’ultimo aspetto, ovvero la grande quantità di dettagli anatomici, ci porta ad un’ulteriore argomento a favore dell’autenticità del velo di Torino: l’accuratezza medica è così elevata da andare oltre ogni conoscenza scientifica medievale. Questo senza precisare che l’immagine sul lino presenta una chiarissima tridimensionalità, ed è difficile che un uomo medievale sia riuscito a riprodurla con tanta cura.

E ancora, quello che normalmente verrebbe dipinto in chiaro è scuro e viceversa. Questa tecnica è nota come “negativo“.

Dunque, il geniale falsario medievale si sarebbe dovuto adoperare non solo per raffigurare fenomeni medici non ancora scoperti – ricordiamo per esempio la differenza fra sangue venoso e arterioso – poi un’anatomia perfetta, peraltro a due metri di distanza e anche in negativo. A questo punto perché il pittore non ha creato un manufatto in positivo, in modo da permettere ad ogni fedele di ammirare tale bellezza con più chiarezza?

Come fa ad essere visibile questa misteriosa figura? In ogni fibra del lino ci sono circa un centinaio di fibrille, e per un processo di ossidazione e disidratazione solo la parte più superficiale delle 2-3 fibrille a loro volta più superficiali sono modificate al livello molecolare, apparendo quasi bruciate. La zona “bruciata” ammonterebbe a ben 0,2 micrometri (2 milionesimi di un metro) per fibrilla. Aggiungiamo che l’intensità dell’impressione si basa sul numero di fibrille intaccate per unità di area, e non sul colore di esse.

Verrebbe da pensare che il falsario avesse creato l’immagine sindonica bruciando il lino, ma vedremo che anche questa ipotesi è da accantonare.

Se non può essere un dipinto, allora proviamo gli altri modi attraverso cui potremmo ricreare la Sindone.

Non potrebbe essere stato usato un oggetto tridimensionale ricoperto di pittura o di qualunque sostanza – ignorando il fatto che è accertata l’assenza di coloranti – perché in tal caso si sarebbe creata un’immagine distorta. Per comprendere al meglio basta visionare il globo terrestre: quando viene tradotto su una mappa appare distorto.

Agli inizi degli anni ’80 il dottore Vittorio Pesce Delfino utilizzò un bassorilievo scaldato a 220 C° per impressionare un velo simile a quello di Torino. L’esperimento sembrava un successo, finché non fu provato il contrario: la Sindone non emette fluorescenza se illuminata con raggi ultravioletti a differenza del velo di Delfino, che inoltre intacca le fibrille in modo “passante”, non superficiale, in senso che la bruciatura si dilaga fino agli strati più interni del lino.

Nei punti della Sindone in cui ci sono macchie ematiche non c’è alcuna “bruciatura” sulle fibre, da qui deduciamo che l’impressione del lino avvenne successivamente al posizionamento certosino del sangue sul velo. Se la figura fosse stata creata col metodo di Delfino, allora il forte calore avrebbe dovuto degradare almeno un minimo il sangue, che tuttavia appare integro.

Un altro metodo è stato quello di Luigi Garlaschelli, che nel 2009 sostenne di poter riprodurre la figura dell’uomo sindonico strofinando dell’ocra rossa su un bassorilievo, per poi adagiarci il velo che verrà impresso dall’acidità del pigmento.

Purtroppo anche questa teoria è da scartare: con questa tecnica si proietterebbero solo i punti più prominenti del bassorilievo (come il naso) e il tracciato avrebbe direzionalità. Garlaschelli aggiunse solo successivamente il sangue al velo, e noi sappiamo che non andò così sulla Sindone. Dimenticavo: non abbiamo analisi al microscopio di questo esperimento… molto affidabile.

È scientificamente sensato il fatto che un cadavere lasci un’impronta di sé sul suo velo funerario? Facendola breve la risposta è no. O almeno, nessuno fino ai giorni nostri è riuscito a darsi una spiegazione valida.

Adesso ci impegneremo a sgonfiare le teorie prominenti che negano la natura sovrannaturale, o semplicemente inspiegabile, della Sindone.

Paul Vignon pensò che fu una vaporografia. Questi sostenne che i vapori esalati dal cadavere in decomposizione, assieme alle misture applicate, quali aloe e mirra, abbiano creato la prima fotografia della storia.

Ma un gas è davvero in grado di salire in modo perfettamente perpendicolare dal corpo da cui fuoriesce verso l’alto per lasciare un’immagine frontale, e allo stesso tempo verso il basso per un’immagine dorsale? Discrezione del lettore. Tutto ciò ignorando il fatto che sul velo non c’è alcun segno di decomposizione.

Esiste la teoria secondo cui fu un killer medievale a torturare e uccidere un uomo simile a Cristo, per poi porci sopra un velo. Anche se questa strampalata teoria fosse vera non si spiega la presenza dell’impressione.

Allora potrebbe essere stata un’immagine latente. In pratica il lino, impregnato di aloe e mirra, assume la capacità di impressionarsi se esposto alla luce per abbastanza tempo. Tuttavia il sepolcro era totalmente buio, e anche se non lo fosse stato ne sarebbe uscita una figura né tridimensionale né superficiale.

Potremmo continuare a smontare ipotesi assurde – come la possibilità che sia stata una bomba atomica a creare un’ombra sul lino, o che sia stato Leonardo da Vinci il grande genio sotto il mistero della Sindone, nonostante la menzione di quest’ultima nella storiografia già molti anni prima della nascita del noto pittore toscano – ma perderemmo tempo. Confidiamo nella capacità del lettore di discernere, e di riconoscere le cavolate.

A questo punto dovremmo ripercorrere la lunga storia del velo di Torino, ma è opportuno farlo in un articolo a parte vista la ruvidità di essa.

Conclusione

Il lettore ha avuto la possibilità di ascoltare le testimonianze a favore della Sindone, e magari è riuscito a farsene un’idea.

Vorremmo tuttavia proporvi una riflessione: bisogna diventare o rimanere cristiani solo se abbiamo delle prove materiali e scientifiche? La Sindone dovrebbe rimanere solo una reliquia. Non deve diventare oggetto di idolatria, e la fede dev’essere indipendente da essa.

Infine, siamo grati di avervi potuto illustrare l’argomento.

Bibliografia:

Baima Bollone P., La presenza della mirra, dell’aloe e del sangue sulla Sindone, in La Sindone, Scienza e Fede, Atti del II Convegno Nazionale di Sindonologia, Bologna 1981, CLUEB, Bologna 1983.

Baima Bollone P., Il mistero della Sindone, rivelazioni e scoperte nel Terzo Millennio, Priuli & Verlucca, Ivrea (To), 2006.

Baima Bollone P., Il segno della sofferenza, in Sindon, giugno 1992.

Baima Bollone P. – Zacà S., La Sindone al microscopio, esame medico-legale, Elledici, Leumann (To), 1996.

Baldacchini G. et al., Coloring linens with the excimer laser to simulate the body image of the Turin Shroud, Applied Optics, 2008, 47, 9.

Barbet P., La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo il chirurgo, L.I.C.E., Torino, 1959.

Benedetto XVI, Meditazione tenuta durante la Visita Pastorale a Torino in occasione dell’ostensione della Sindone, 2 maggio 2010.

Guerreschi A. – Salcito M., Tra le pieghe di un mistero, Archeo, 2008.

Halisey R., More on the Shroud, Nature, 1990, 346.

Haziel V., La passione secondo Leonardo, Sperling & Kupfer, 1998.

De Matteis D. – Bramanti A. P., Sacra Sindone, un mistero tra scienza e fede, Servi della sofferenza, 2010.

Panikos.it