Sindone: ignoranza Scendi giù
storica
Un titolo abbastanza estremo per un argomento delicato come questo, pensereste.
Tuttavia il sostantivo “ignoranza” deriva dal verbo “ignorare”, che, similmente al significato d’oggigiorno, per i latini non intendeva semplicemente “non conoscere”, ma “non riconoscere” qualcosa.
Il nostro obiettivo è proprio rendere accessibili le impronte, che non vanno ignorate, lasciate dalla e sulla Sindone, e quindi illustrare ai diffidenti l’altro lato della medaglia: quello più scientifico e storico, quello a favore del panno.
Vi può sembrare stupefacente come il metodo scientifico o la storia possano appoggiare un’importantissima reliquia cristiana. Peraltro strano, perché non vi aspettereste dimostrazioni basate su fatti oggettivi e non sulla fede in materia teistica.
Abbiamo già riscontrato varie oggettività in un altro articolo dedicato totalmente al materiale e all’uomo sindonico, il quale è l’individuo impresso sul velo.
Ma, convinti della riconducibilità del reperto al Medioevo, i detrattori vorranno altre prove, che noi individuiamo nella cronaca antica.
In antichità e nel Medioevo fu testimoniata la presenza di una famosa immagine del messia a Edessa e Costantinopoli, la cui ultima menzione nella storiografia risale al 1204. Il dubbio è uno: la Sindone, nominata solo a partire dal 1353, è la stessa reliquia ma con nome diverso?
Anticipato l’argomento, è ora di essere chiari: parleremo delle prove, vere e accertate, che dimostrano un’origine del lino più antica, ripercorrendo le sue camuffate e grossolane tracce nella storiografia, nell’arte e nelle sue stesse fibre per arrivare fino ad oggi, e dimostrare come Cristo possa essere l’uomo sindonico.
Nient’altro da dire, vi auguriamo una lettura stimolante e aperta, volta a risanare l’ignoranza che circonda questo tema.
Ripercorriamo la tumultuosa storia della Sindone in ordine temporale.
La primissima fonte che potrebbe averla menzionata, in quanto velo funebre di Cristo con la sua impressione, intuibilmente verrebbe dai Vangeli.
Tuttavia, per quanto la presenza di un velo funebre sia confermata, non lo è l’esistenza di una figura sul lino.
Ci verrebbe da concludere che il panno conosciuto oggi non sia autentico, ma ciò non regge.
Per prima cosa i Vangeli hanno uno stile narrativo molto sobrio e blando, nonché simbolico, e sappiamo che furono omessi addirittura alcuni miracoli: prendiamo in considerazione il versetto 21,25 del Vangelo secondo Giovanni, che legge “ci sono molte altre cose che Gesù ha compiuto” o il fatto che san Paolo parli di un’apparizione del messia a 500 fratelli nella Prima Lettera ai Corinzi, mancante nei Vangeli.
Inoltre tutto ciò che entrava in contatto con un cadavere era taboo per la civiltà giudaica, quindi potenzialmente fuorviante nella lettura.
Alla luce di queste informazioni, non sembra poi così assurdo come gli evangelisti avessero semplicemente scelto di non scrivere dell’uomo sindonico, ma c’è altro.
Il discepolo che Gesù amava descrive le bende nel sepolcro con il participio del verbo κεῖμαι (cheimai). La traduzione più comune è “i teli posati lá”, che in sé non ha nulla di speciale. In realtà κεῖμαι non indica qualcosa che è solamente posata là, ma anche sgonfiata. La traduzione ottimale sarebbe “i teli sgonfiati”.
Il rito ebraico prevedeva la fasciazione del corpo. Rimuovere manualmente il cadavere avrebbe richiesto la rottura di questa stretta attorno a esso. Il fatto che questa rottura non ci sia significa che il corpo o è scomparso nel nulla o è passato attraverso il velo funebre.
In ogni caso la parte impressa della Sindone, quella a contatto col corpo e quindi quella interna, sarebbe nascosta ai narratori in quanto afflosciata su sé stessa.
Non avrebbe avuto senso aggiungere un dettaglio notato solo successivamente in una narrazione cronologica, concentrata su aspetti molto più immediati.
Non nominare la reliquia avrebbe anche aiutato a preservare la sua integrità viste le incombenti persecuzioni.
Nessuna nuova sui secoli successivi, possiamo solo ipotizzare cosa sia avvenuto.
I sindonologi Guerreschi e Salcito hanno ricostruito la piegatura del velo in antichità seguendo le tracce di umidità su di esso, giungendo ad una frettolosa e innaturale impostazione. Si deduce che sia stato posto in un contenitore bombato.
Potrebbe trattarsi di tanti nascondigli, come una nicchia in un muro o una cassa sotterrata, ma in particolare una giara sembra calzare tale forma, una molto simile a quella usata dagli Esseni.
Questi erano una tribù giudaica amichevole ai cristiani, stanziata nella località di Qumran affacciata sul mar Morto. Essi conservavano molti oggetti e scritti spirituali dentro queste giare.
Sono tutte speculazioni, ma nel IV secolo il vescovo Epifanio di Salamina lamenta una scoperta fastidiosa.
Scrive in una lettera ad un confratello di aver trovato un’immagine di Cristo “tinta o dipinta” esposta in una chiesa, e di aver rimproverato i rettori spingendoli ad utilizzare il velo per la sepoltura di qualche povero, pensando che fosse stato violato il divieto biblico di fabbricare immagini sacre.
L’episcopo potrebbe star parlando della Sindone, riconoscendo pure la sua natura di lenzuolo funebre. Questo episodio espone quanto i cristiani primitivi disprezzassero le reliquie, temendo una contaminazione del culto degli idoli pagano.
Negli anni ’70 il criminologo Max Frei individuò tracce di polline attribuibili a certe piante. Molte di queste sono endemiche proprio della Palestina.
Seguendo la leggenda estratta da un vangelo apocrifo del II secolo, quale la Dottrina di Addai, il re della città di Edessa (oggi Urfa) mandò un suo messaggero a chiedere diverse grazie e a ritrarre il volto di Gesù.
Il messia è detto aver lasciato l’impressione del suo volto su un panno bagnato, che fu poi riportato nella città del monarca.
Questa è, molto probabilmente, un’interpolazione successiva per dare uno sfondo sacro alla veneratissima immagine di Cristo a Edessa, la cui presenza lì è confermata a partire dal 400. Come arrivò veramente ad Edessa non possiamo saperlo, siccome il vangelo succitato non è una fonte storica affidabile.
Sappiamo che la stessa immagine fu riposta in una stanza sicura durante l’inondazione del fiume Daisan nel 525, e che nel 544 si invocò la sua protezione contro l’assedio persiano della città.
La reliquia fu spostata a Costantinopoli 400 anni dopo dal generale Kurkuas sotto l’imperatore Romano I Lecapeno in cambio di 200 prigionieri di fede musulmana, che era ormai la religione principale in Medio Oriente.
Il Mandylion – così è chiamato il velo in esame che, ricordiamo, non è universalmente ravvisato nella Sindone – rimase nella città fino al 1204, quando non se ne sentí più parlare. È plausibile pensare che sia entrato in possesso dei Templari durante il saccheggio della capitale ortodossa.
Riprendendo lo studio palinologico, diverse specie esclusive di Edessa e Costantinopoli contaminano il velo. Questo dimostra un’affinità fra il viaggio del Mandylion e quello della Sindone.
La biografia universalmente riconosciuta della Sindone, in quanto reliquia storica documentata a partire dal 1353, è sorprendentemente la parte meno interessante della sua storia.
Comunque, per amore della storia ripasseremo velocemente le tappe del panno fino ad oggi.
A metà del XIV secolo in una parrocchia a sud di Lirey, in Francia, è esposta la Sindone, all’epoca posseduta dalla famiglia de Charny. Come la ottennero? Non sappiamo.
Il vescovo Pierre d’Arcis condanna in una lettera all’antipapa Clemente VII la Sindone, sia per invidia del guadagno generato dalla famosa reliquia sia per l’attrito con la famiglia de Charny, fornendo una storiella vaga sulla sua supposta fabbricazione artificiale.
Non finì bene per Pierre, siccome gli fu intimato il silenzio perpetuo sulla questione – pena la scomunica.
Circa cent’anni dopo il velo fu venduto o ceduto ai Savoia, che lo custodirono fino a donarlo al Vaticano nel 1983.
Null’altro da dire. La prossima sezione appagherà molto di più le vostre menti.
È accertata la comune identità fra il Sacro telo di Edessa e quello di Costantinopoli, dove ottenne l’appellativo Mandylion. x
Non si può dire lo stesso per il rapporto fra Mandylion e Sindone. Un vuoto storiografico di 150 anni, ribadiamo, vieta qualsiasi certezza.
Molte prove sostengono una più antica risalenza del telo di Torino, riconoscibile proprio nell’antico panno scomparso, che noi intendiamo illustrarvi.
Una prima similitudine sta nell’impressione sul lino: in entrambi i reperti è raffigurata una figura intera.
Il motivo per cui ci si riferiva alla macchia sul Mandylion come se fosse il solo volto di Cristo, o per cui il sostantivo “Mandylion” si traduce “asciugamano” – termine che sembra eludere a dimensioni più piccole rispetto a quelle sindoniche – sta nel suo reliquiario.
Era una teca più larga che alta con apertura anteriore circolare, si deduce dai dipinti creati come sue raffigurazioni. Questa non veniva quasi mai aperta, e non mostrava il corpo del messia dal collo in giú.
La forma che si ottiene piegando in particolar modo il telo otto volte combacia con il suo vecchio reliquiario. Quest’ipotesi è rafforzata da un nome alternativo a “Mandylion“, quale “Tetradiplon” (“piegato in due quattro volte”, quindi otto volte).
L’iconografia faticò ad accettare un profeta sofferente, perciò l’idea di Cristo morente in croce non prese piede per il primo millennio di cristianità, e quando si diffuse lo fece in forma di un Cristo vittorioso e felice (Christus triumphans). È logico il perché della messa in secondo piano del corpo.
A maggior ragione l’arcidiacono Gregorio Referendario, uno dei pochi ad aver esaminato il telo in occasione del trasferimento alla capitale bizantina, scrisse che l’immagine “era abbellita dalle gocce di sangue sul suo fianco“.
Come se non bastasse sul codice Skylitzes è poi celebrato con una miniatura l’arrivo a Costantinopoli del telo, dalle dimensioni di un lenzuolo e non di un asciugamano.
Quindi il fisico dell’uomo c’era.
Alcune testimonianze hanno parlato di un Mandylion a colori, ma risalgono a quando la reliquia era lontana dal suo apice di notorietà, e comunque altre fonti più attendibili contraddicono ciò, come quella di Andrea di Creta (“a Edessa è presente un’immagine di Gesù che non ha avuto bisogno di essere colorata”).
D’altronde nelle descrizioni dell’oggetto la natura della macchia sul telo antico non è mai quella di un dipinto, ma di un’impressione da secrezione o sudorazione. Basta pensare alla Dottrina di Addai.
L’arte idealizzò Cristo come un dio pagano fino al IV secolo. Da allora l’iconografia subì una sterzata: fu omaggiato nelle tele con capelli più lunghi, una barba bipartita e una diffusa asimmetria facciale.
L’unica spiegazione che potremmo darci è l’esistenza di un modello comune da cui prendere spunto.
Sapete dove vogliamo arrivare.
Ma anche se il supposto modello comune fosse stato il Mandylion, non avrebbe valore nella correlazione con la Sindone.
Ed è qui che subentrano i bizzarri segni di Vignon.
Sono serie di strani caratteri ricorrenti nell’iconografia orientale, uno stile artistico in sé molto formale. Non avrebbe senso immetterli se non perché presi dal vero, o per misinterpretazioni di esso.
La loro importanza sta nel fatto che tutte queste particolarità sono spiegabili soltanto tramite la Sindone: il ciuffo sulla fronte di Cristo è in realtà un rivolo di sangue venoso, le troppe pieghe della pelle sono quelle della stoffa, gli occhi a gufo sono dati dall’effetto visivo del negativo sindonico, il volto è asimmetrico per la tumefazione dello zigomo sinistro e tanto altro.
La teoria secondo cui fu l’ipotizzato falsario della Sindone a crearla in chiave dell’iconografia bizantina crolla da sola.
Se così fosse generazioni di artisti avrebbero dovuto creare senza alcun motivo per Gesù vivo – i segni di Vignon si trovano solo su raffigurazioni di Cristo in vita – un volto così poco stereotipato, e un casuale falsario trecentesco avrebbe dato una logica a tutte queste strampalerie – come il ciuffo o l’asimmetria – dipingendo Gesù morto…
Gli indizi non sono finiti qua, perché molti altri favoreggiano la comunanza fra i due sacri teli.
Nel 1090 l’imperatore Alessio I Comneno sollecitò una misura di tutela delle reliquie di Costantinopoli, fra cui “i teli trovati dopo la Risurrezione”.
Circa un secolo dopo il custode delle reliquie di santa Maria del Faro, Nicola Mesarites, descrive un telo molto simile alla Sindone su cui si stagliano i contorni di Cristo.
Infine il vescovo Guillaume Durand de Mende afferma con chiarezza nel suo Rationale divino officiorum di aver visto il velo funebre che avvolse Cristo nella stessa chiesa di Mesarites.
Abbiamo fornito una quantità positiva di prove, seppur non totalizzante, per spingervi a ricercare le altre, se siete interessati.
Adesso ci sembra opportuno giungere ad una conclusione.
Se ci fosse una vera prova inequivocabile dell’esistenza di Dio, allora non esisterebbe fede, o meglio non servirebbe.
Se la Sindone fosse oggettivamente divina non lascerebbe spazio al dubbio, alla corruzione della mente, al discernimento.
A quel punto vivremmo obbligati a credere, piuttosto che volenterosi di farlo.
Non vogliamo appesantirvi: questo è tutto. Vi ricordiamo di approfondire con il nostro primo articolo sull’argomento.
Grazie per l’attenzione.
Bibliografia:
Persili A., Sulle tracce del Cristo risorto. Con i Pietro e Giovanni testimoni oculari, Edizioni Centro Studi Sindonici, Roma, 1988.
Guerreschi A. – Salcito M., Tra le pieghe di un mistero. La datazione della Sindone attraverso lo studio delle sue pieghe, Archeo, 2008.
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Frale B., I Templari e la Sindone di Cristo, Il Mulino, Bologna, 2009.
Dubarle A. M., Storia della Sindone di Torino: Dalle origini fino al XIV secolo, Edizioni Segno, Udine, 1995.
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De Matteis D. – Bramanti A. P., Sacra Sindone, un mistero tra scienza e fede, Servi della sofferenza, 2010.